Cacciatore con arpone. Cacciatore
scultura
ca 1980 -
Scultura che raffigura un cacciatore con un arpione in mano.\nCome da descrizione in elenco.
- FONTE DEI DATI Regione Lombardia
- OGGETTO scultura
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MATERIA E TECNICA
serpentinite verde/ scultura
- AMBITO CULTURALE Popolazione Inuit
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ATTRIBUZIONI
Pip
- LUOGO DI CONSERVAZIONE Area Museo delle Culture, Progetti Interculturali e Arte nello Spazio Pubblico. Collezione Canepa Collezione HT Inuit Collection
- LOCALIZZAZIONE MUDEC - Museo delle Culture
- INDIRIZZO Via Tortona, 56, Milano (MI)
- NOTIZIE STORICO CRITICHE La pietra che lo scultore ha scelto per realizzare la sua opera è particolarmente liscia e con sfumature che creano un lieve chiaroscuro. Viene raffigurato un cacciatore, in atteggiamento dinamico; la resa del movimento è sapientemente ottenuta scolpendo uno dei suoi arti e la gamba anteriore protesi in avanti. L’uomo indossa un parka (quilittaq), stivali (kamik) e muffole (pualuuk) e reca in mano un arpone (igimak), in procinto di essere lanciato, con la relativa sagola in tendine animale. Nell'ambito della produzione figurativa inuit le scene di caccia sono ricorrenti, non solo perché di grande impatto artistico ma anche perché sono esemplificative di consolidate abilità venatorie. In particolare l’arpone, che un cacciatore portava sempre con sé, può essere considerato un emblema di genere in quanto spettava all'uomo cacciare, e ridistribuire il la cacciagione. Il suo status sociale era strettamente collegato all'abilità nell’approvvigionamento dei cibi e a tutto ciò che concerneva le strategie di sussistenza.\nFin dall'epoca Thule (1000-1600 d.C.) venivano fabbricati arponi con teste in osso o avorio, sostituite con materiale ferroso solo all'arrivo degli Europei (XVI sec.). Anticamente i cacciatori personalizzavano le proprie armi con amuleti propiziatori, o simboli che ne identificassero l'appartenenza. Ciò avveniva sia per motivi funzionali quali, ad esempio, spartire il bottino di caccia in modo equo all’interno della comunità d’origine, sia per vedere riconosciuto il proprio valore personale. Tra gli animali cacciati a terra, nei periodi estivi, occupa un posto primario il caribù, di cui veniva utilizzata ogni piccola parte, insieme a lupi, volpi, ed ermellini considerati preziosi animali da pelliccia. La caccia era una necessità, non un divertimento, e pertanto si insegnava a un Inuk, sin da bambino, a non infliggere sofferenze inutili alle prede, e a rispettare l'insieme del mondo naturale, al fine di non incorrere in terribili vendette. Si riteneva che fosse impossibile catturare un animale senza il suo consenso e ciò favoriva un'autoregolamentazione della caccia: non si tollerava lo spreco né la mancanza di redistribuzione tra i membri delle comunità e la spartizione delle risorse avveniva in modo egualitario. Norme e tabù regolamentavano anche azioni quali trasportare, prelevare e stoccare la carne. Gli occidentali rimasero stupiti dall'abilità venatoria degli Inuit, un’arte antica, compendio di una sottile alchimia derivata dalla conoscenza degli animali di terra e di quelli marittimi, della banchisa e dei fenomeni meteorologici artici. Ammiravano soprattutto le antiche armi che, seppur costruite con materiali poveri, erano efficaci, di grande qualità e particolarmente raffinate. Gli artisti contemporanei, nel perpetuare iconografie che evocano il passato, come la statua qui descritta, rafforzano la propria identità. (expertise Zanin, 2025)
- TIPOLOGIA SCHEDA Opere/oggetti d'arte
- ENTE SCHEDATORE R03/ Mudec - Museo delle Culture
- DATA DI COMPILAZIONE 2023
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DATA DI AGGIORNAMENTO
Museo
- LICENZA METADATI CC-BY 4.0