Dipinto di forma rettangolare, raffigurante il Martirio di San Sebastiano. L'opera eseguita ad olio su tela è firmata dal pittore Antonino Barbalonga Alberti (Messina 1603-1649)

  • OGGETTO dipinto
  • MATERIA E TECNICA tela/ pittura a olio
  • ATTRIBUZIONI Alberti Barbalonga Antonino (attribuito)
  • LUOGO DI CONSERVAZIONE Museo Interdisciplinare Regionale di Messina
  • INDIRIZZO Viale della Libertà, 465, Messina (ME)
  • NOTIZIE STORICO CRITICHE L’opera firmata dal pittore seicentesco messinese Antonino Barbalonga Alberti è priva di datazione. Il dipinto fu venduto nel 1995 da un privato veneziano (Emmer) alla Regione Siciliana per entrare a far parte delle collezioni del Museo Regionale di Messina, che ne aveva richiesto l’acquisizione. Non si conosce l’originaria provenienza della tela raffigurante il martirio di San Sebastiano essendo stata la proprietà da tempo privatizzata. Secondo F. Campagna l’artista avrebbe eseguito il quadro al suo rientro a Messina nel 1634, dopo il suo soggiorno a Roma presso il Domenichino, poiché la definizione della figura del santo è associabile al “Cristo alla colonna” dipinto dal pittore bolognese nel 1603. La permanenza romana permise al Barbalonga di vedere anche molteplici opere di artisti che transitavano nella città come quelle di Guido Reni, altro grande rappresentante del classicismo bolognese insieme al Domenichino. Tematica quella del santo martire tanto cara al Reni che ne riprodusse diverse raffigurazioni dal carattere più edonistico che religioso. A tal proposito ricorda Stendhal che alcune di queste opere furono tolte dalle chiese romane perché suscitavano innamoramenti. L’immagine di Barbalonga ribadisce gli ideali classici della poetica del Reni idealizzando un giovane dalla bellezza sensuale con il corpo intatto senza essere deturpato dal turgore delle frecce e dai rivoli di sangue. Dunque se l’iconografia edonistica di San Sebastiano affonda le sue radici nei prototipi reniani, per la posa distesa rammenta quella dello “Schiavo morente” di Michelangelo Buonarroti, a cui anche il Reni sembra ispirarsi per alcune versioni del soggetto sacro. La scultura michelangiolesca riproduce un corpo che si abbandona languidamente avendo superato la tensione delle sofferenze, tendendo il braccio all’indietro pronto ad accogliere il sonno della dipartita. Così il San Sebastiano di Barbalonga Alberti è colto nell’atteggiamento del distacco con il braccio privo di trazione, sebbene inarcato verso l’alto perché legato all’albero. Il martire mostra i muscoli rilassati ed assume anche la medesima postura sensuale del ginocchio dello “Schiavo morente” portato in avanti, essendo pronto al transito della vita perché supportato dall’attrattiva forza interiore dell’estasi. Il Barbalonga affronta l’argomento del supplizio di San Sebastiano seguendo alcuni stilemi accademico- devozionali dettati dalle ideologie diffuse nel XVII secolo sui “santi estatici”. Peculiarità della tematica sulla visione estatica, sviluppata dall’arte religiosa dopo il Concilio di Trento, è l’esperienza di connessione attraverso cui si esprime la santità quale privilegio di coloro che hanno ricercato la spiritualità superando il limite del proprio corpo. Un linguaggio dunque meditativo tra l’umano e il divino, un atteggiamento che si palesa in uno spazio temporale di assenza dalla realtà contingente e di totale trasporto nel transpersonale. L’analisi della raffigurazione del pathos del distacco dal corpo, dal dolore e dalla paura per un profondo amore diventa indagine della condizione meditativa nello stato di trascendenza. I giusti sono raffigurati con gli occhi al cielo mentre intrattengono un muto dialogo d’amore. I santi martiri non temono il dolore del supplizio e la paura della morte, perché vivono un’altra dimensione. Così la purezza del fisico intatto di San Sebastiano non è intaccata dalla sofferenza del martirio, dalla tragedia dell’atto del carnefice nel dipinto assente. Le armi della tortura sono deposte per terra, quasi abbandonate in modo repentino. La maggior parte delle frecce tirate non hanno colpito il bersaglio, poiché deviate nella folta siepe alle spalle del santo, tranne l’unica conficcata sul braccio destro che non provoca ferita. L’integrità del corpo scultoreo coperto solo da un perizoma e illuminato da una luce pastosa, emerge con eleganza dall’ombra di una vegetazione compatta di fondo, dai toni molto scuri, avvicinandosi agli effetti chiaroscurali delle tinte caravaggesche. L’unità coloristica quasi monocroma della gamma cromatica suggerisce una ambientazione senza alcuna dissonanza, dove il panno ocraceo sul quale è posta la firma dell’autore si integra perfettamente nelle tonalità dei colori terrosi della composizione. Fa riflettere la scelta della firma dell’autore sull’orlo del drappo raggrinzato e abbandonato sul terreno, forse un segno simbolico del cambiamento ad una nuova vita. E’ come se l’autore volesse essere compartecipe della mutazione attraverso l’abbandono della vecchia veste lasciata accartocciata per terra, per vedere il santo denudato rivestirsi di pura luce. Infatti la luce è il soggetto conduttore dell’opera che illumina e purifica, che fa trasparire una ricerca della grazia e dell’armonia tra bellezza terrena creata e spiritualità creativa. La posa suadente non fa trapelare alcuna costrizione sulle carni o nell’espressione, pur essendo i polsi legati da una corda. Lo sguardo assorto nel vuoto, con gli occhi rivolti al cielo, manifesta uno stato di trasporto interiore che si rispecchia all’esterno con assoluta accettazione e serenità, comunicando il congiungimento mistico con la sfera divina
  • TIPOLOGIA SCHEDA Opere/oggetti d'arte
  • CODICE DI CATALOGO NAZIONALE 1900384928
  • NUMERO D'INVENTARIO 6660
  • ENTE COMPETENTE PER LA TUTELA Centro Regionale per l'Inventario e la Catalogazione
  • ISCRIZIONI in basso, orlo del drappo - Antoninus Alberti et Barbalonga Messane.sis pinge.bat - Alberti Barbalonga Antonino - corsivo - a pennello - latino
  • LICENZA METADATI CC-BY 4.0

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