Conversione di Saulo. Conversione di Saulo

dipinto ca 1500 - ca 1500

San Paolo è caduto riverso a terra col suo cavallo, investito da un fiotto di luce. Accanto a lui un altro cavaliere osserva stupito. Assistono alla scena vari uomini vestiti all'orientale. In secondo piano una serie di edifici

  • OGGETTO dipinto
  • MATERIA E TECNICA tela/ pittura a tempera
  • AMBITO CULTURALE Ambito Veneto
  • LOCALIZZAZIONE Museo di Castelvecchio
  • NOTIZIE STORICO CRITICHE "Il dipinto proviene dalla collezione di Giulio Pompei ed entra in Museo nel 1855 come «La caduta di San Paolo – Scuola del Mantegna – con cornice», secondo l’indicazione di Carlo Ferrari e Lorenzo Muttoni (1853). Le attribuzioni più varie («sembra Domenico Morone. E' certo uno che ha studiato Mantegna e Bellini»: Cavenaghi, comunicazione al Museo) si sono poi raccolte in un consenso sul nome di Bernardo Parentino a partire da Berenson e Adolfo Venturi (1907). Alberta De Nicolò Salmazo tuttavia, nella sua monografia sul pittore del 1989, non nomina l’opera, con significativo silenzio. La provenienza del dipinto dalla collezione di Giulio Pompei, che attinse anche, per la sua galleria, alle vendite veneziane ottocentesche, non aggiunge purtroppo nessun affidabile elemento indicativo. L’autore ha potuto sfogliare gli album di disegni di Jacopo Bellini e ispirarsi chiaramente al fol. 38 di quello ora a Londra, che presenta in sintesi la stessa composizione del soggetto. Anche gli elementi architettonici sembrano venire in massima parte da lì, ed alcuni esclusivamente da lì. Il cavallo nero impennato sembra una citazione da un telero di Carpaccio in San Giorgio dei Greci e la datazione di quest’opera porterebbe quindi la nostra ai primi anni del Cinquecento, fatto increscioso per l’ipotesi di Parentino, che una fonte padovana, secondo Alberta De Nicolò, farebbe morire proprio nel 1500. Accanto a questi elementi esclusivamente veneziani, qualche altro desta invece perplessità, come il guerriero dall’elmo rotondo, che pare una citazione esplicita di un primo Piero della Francesca perduto, forse dagli affreschi giovanili distrutti a Ferrara. I finimenti rossi sul cavallo nero ricordano indubbiamente Tura, ma il modello di Carpaccio sembra indubbiamente più vicino e più forte. Altre sfumature di linguaggio rimandano ai dipinti già attribuiti ad Ercole de’ Roberti e a Lorenzo Costa, come la serie di tavolette degli "Argonauti", in particolare quella con "La battaglia degli Argonauti", in collezione Rucellai a Firenze, dipinti che furono tuttavia in passato attribuiti anche a Parentino. Questa cultura veneta con richiami ferraresi aveva trovato appunto nell’attribuzione a Parentino la sua soluzione diplomatica più semplice e naturale. Di meglio non si riesce ancora a trovare; una serie di elementi e presenze rimandano indubbiamente a questo pittore: tutto il suo universo di oggetti ritorna nel dipinto con lo stesso spirito fumettistico ma come in un diverso e più arioso contesto. Anche il cavallo scuro coi finimenti rossi compare, pur con una diversa angolazione, in un’opera precedente di Parentino, la "Battaglia" della collezione Borromeo, per cui non è detto che sia invece Carpaccio a ricordare questo quadro, o una comune fonte veneziana, arieggiata forse anche nella "Caduta di san Paolo" di Giovanni Bellini a Pesaro, già dei primi anni settanta del Quattrocento. Nei primi documenti Parentino è chiamato «de Venetiis» e un passaggio formativo nella città lagunare, precedente alle opere che di lui conosciamo, non può esser avvenuto tenendo le distanze dai cognati di Mantegna, che fu il mito di tutta la sua vita, e questo potrebbe spiegare la conoscenza dei famosi libri dei disegni di Jacopo Bellini. Il dipinto veronese, pur contenendo dunque tutti gli elementi di Parentino, sembra essere più atmosferico e disteso, anche nella precisione miniaturistica dei particolari e degli sfondi, con personaggi meno contratti e nevrotici. Il pittore sembra essere del resto più capriccioso e vario e quindi meno coerente di quanto la produzione più sicuramente accertata potrebbe far credere. O quindi si tratta qui effettivamente di Parentino oppure di un imitatore più tardo, che si concentra sulla sua opera dopo la sua morte, figura, se esiste, ancora da identificare. Ancora una volta, seppur per esclusione di nomi, si preferisce la prima ipotesi, per l’originale qualità del dipinto e la logica delle citazioni, che solo fatti ancora sconosciuti pare potrebbero spiegare diversamente. In ogni caso la composizione presenta soluzioni fortemente originali, dal Padre Eterno che non si vede, sostituito da un fascio di raggi dorati, con vero oro mescolato al colore, secondo una tecnica bizantina che si ritrova fino a Tintoretto, all’arciere orientale, con l’elmo fissato appunto da un filo di perle, dallo sguardo, più che sconvolto, ironico e perplesso" (da Sergio Marinelli 2010, cat. 124)
  • TIPOLOGIA SCHEDA Opere/oggetti d'arte
  • CONDIZIONE GIURIDICA proprietà Ente pubblico territoriale
  • CODICE DI CATALOGO NAZIONALE 0500715169
  • NUMERO D'INVENTARIO 999
  • ENTE COMPETENTE PER LA TUTELA Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza
  • ENTE SCHEDATORE Comune di Verona
  • LICENZA METADATI CC-BY 4.0

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