Cristo portacroce. Cristo portacroce

dipinto 1490 - 1510
Mantegna Andrea (bottega)
1431 ca./ 1506

Cristo con la croce caricata sulle spalle. A destra due figure

  • OGGETTO dipinto
  • MATERIA E TECNICA tela/ pittura a tempera
  • ATTRIBUZIONI Mantegna Andrea (bottega)
  • LOCALIZZAZIONE Museo di Castelvecchio
  • NOTIZIE STORICO CRITICHE "Il dipinto, proveniente da un’antica casa veronese (Morando de’Rizzoni), era già nella collezione di Cesare Bernasconi nel 1851 come opera di Andrea Mantegna. Dopo di allora le sue fortune attributive e critiche sono progressivamente scemate e nessun storico dell’arte accreditato ne ha sostenuto più seriamente l’autografia, anche se tutti gli esegeti di Mantegna si sono dovuti puntualmente misurare con l’opera, con conclusioni evasive, ritenendola ingiudicabile all’attuale stato di conservazione, o negative. L’opera è sempre stata comunque ritenuta di stretto ambito mantegnesco, sottintendendo in qualche modo anche la presenza di un originale autografo di Andrea perduto, e compare in tutte le monografie del pittore, ma sempre nell’elenco dei quadri dubbi o respinti. A partire da Cavalcaselle si è fatta strada anche l’opinione che possa essere opera di Francesco Mantegna, il figlio che ne avrebbe continuato la bottega e tale opinione, forse più per inerzia che per reali convinzioni, è ancora di fatto quella prevalente. Il problema è che di Francesco, personaggio assai noto nella corrispondenza gonzaghesca, non si conoscono precise opere firmate e neppure documentate. Carlo d’Arco scrive che le notizie che lo riguardano vanno dal 1494 al 1517. (...) L’opera s’inquadra in una serie di composizioni tarde, di esplicita carica pietistica, come il portacroce dell’Andata al Calvario del Christ Church di Oxford, pur essa ascritta alla bottega o ad imitatori del maestro. Ma ancor più si iscrive nell’arco di una vasta produzione di pietosi Cristi portacroce, guidata dal Maineri, che s’irradia appunto in quegli anni da Mantova, coinvolgendo anche in prima persona il veronese Francesco Bonsignori. (...) Si sa che Francesco trattò con i Gonzaga la liquidazione della collezione del padre e forse della sua bottega e quindi egli sembrava, almeno in passato, l’erede artistico diretto di quella bottega, lui più che il figlio maggiore Ludovico, malgrado fossero documentati forti screzi col padre e col fratello, oltre ad una condanna di confino a Buscoldo. L’altro fratello, Ludovico, che sembra esser stato pure pittore, in una lettera alla corte gonzaghesca del 2 ottobre 1506, quando il padre è già morto, segnala tra i quadri rimasti nello studio «gli due quadri che vanno alla sua capela». Ora il Battesimo di Cristo, che ancora si conserva nella cappella funebre di Mantegna in Sant’Andrea a Mantova, è forse l’unico dipinto che sembra in qualche modo ricollegarsi al Portacroce veronese. La composizione fu certamente ideata da Andrea, che iniziò a dipingerla, lasciandola evidentemente incompiuta. Su almeno due figure, tra cui il Cristo, è intervenuto un continuatore non altrimenti identificato (...). Nel quadro mantovano il livello è ancora indubbiamente assai più alto ma deve aver influito per esso la traccia grafica, se non ancora la guida vivente, del severo padre-maestro. Nel quadro veronese ha sempre disturbato l’incontrollato patetismo del volto di Cristo, che è l’esatto contrario di quanto Andrea Mantegna ha sempre fatto, opposto d’altro canto all’ottusa inespressività dei carnefici. Il Cristo con il gran fascio di capelli acapelli attorcigliati ma inutilmente scomposti, gli occhi in panico di debolezza, la maschera mal disegnata delle rughe e del sudore, a deboli linee di biacca forse rinforzate in qual - che restauro successivo, fanno ritenere l’immagi - ne solo un’evocazione di quelle ben più energi - che di Andrea, che effettivamente non sembra esser più stato vivo al momento dell’esecuzione di questa tela. Anche il gioco della rotazione dei volti dei carnefici, che il maestro in altri dipinti aveva risolto in virtuosistiche acrobazie d’ana - morfosi, dal profilo ai tre quarti, al frontale, è qui un banale ricordo. Debole è anche il disegno del panneggio dell’abito. Curiosa è la trovata della cornice dipinta, che isola ancor più l’immagine nella contemplazione devozionale e pietistica, ma si tratta ancora di un’invenzione di Andrea, come mostra l’ammirabile, indubitabile Cristo di Cor - reggio, del 1493. La estrema misura cromatica e luministica di quest’ultimo dipinto non può che metter in risalto per confronto la povertà del Por - tacroce veronese, il quale certamente insegue da vicino il fantasma di Andrea Mantegna ma è ine - vitabilmente schiacciato dal confronto con opere sicure del maestro come il Cristo morto di Brera o l’Ecce Homo del Musée Jacquemart André di Pari - gi. Christiansen (1992; 1994) e quindi Agosti (2005) dichiarano la totale autografia del dipinto. Francesco Mantegna, se fu lui l’autore del dipin - to, sparì presto dalla storia. Al Kunsthistorisches Institut di Firenze resta la fotografia di una copia più tarda e scadente dell’opera, con allegata copia di una expertise di Fiocco che pretende esser quello l’originale di Andrea Mantegna" (da Marinelli 2010, cat. 121)
  • TIPOLOGIA SCHEDA Opere/oggetti d'arte
  • CONDIZIONE GIURIDICA proprietà Ente pubblico territoriale
  • CODICE DI CATALOGO NAZIONALE 0500715167
  • NUMERO D'INVENTARIO 82
  • ENTE COMPETENTE PER LA TUTELA Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza
  • ENTE SCHEDATORE Comune di Verona
  • LICENZA METADATI CC-BY 4.0

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