Santa Maria Egiziaca. Santa Maria Egiziaca

dipinto 1440 - 1460

Dipinto raffigurante Maria Egiziaca in meditazione nel deserto di Palestina, rivestita solamente dei suoi lunghi capelli, sullo sfondo Gerusalemme e il Giordano

  • OGGETTO dipinto
  • MATERIA E TECNICA tavola/ tecnica mista
  • AMBITO CULTURALE Ambito Ferrarese
  • LOCALIZZAZIONE Museo di Castelvecchio
  • NOTIZIE STORICO CRITICHE La piccola tavola appartenne al conte Giulio Pompei ed entrò nelle collezioni civiche per legato testamentario nel 1855, dopo la morte del gentiluomo. "Purtroppo nulla è noto delle sue vicende precedenti, se cioè appartenesse alla quadreria storica della famiglia, una delle più cospicue nella Verona d’ancien régime, o fosse stata acquistata direttamente dal proprietario, come sappiamo essere avvenuto per altri dipinti, per esempio la "Madonna" giovanile di Carlo Crivelli (inv. 873-1B0351). I vecchi cataloghi del museo la registrano come cosa tedesca o fiamminga: essa può ricordare certi modelli femminili dipinti da Rogier van der Weyden intorno al 1450, in prossimità del suo documentato soggiorno italiano, per esempio nella ‘sacra conversazione’ di Francoforte o nel disegno di Rotterdam raffigurante la "Madonna con il bambino benedicente". Il paesaggio, invece, nella sua luminosità e coerenza prospettica, è assolutamente italiano (o meglio toscano) e palesa indubbi punti di contatto con la produzione giovanile di Piero della Francesca. In particolare, il corso d’acqua che si snoda in anse sinuose e in cui si rispecchiano i fusti degli alberi e le mura della città è un motivo che ritorna nel "Battesimo di Londra", nel "San Girolamo" di Berlino (datato 1450), nella "Vittoria di Costantino" di Arezzo. Questi ingredienti culturali indirizzano la nostra attenzione su Ferrara, dove, verso la metà del Quattrocento, si trovarono a lavorare (o inviarono le loro opere) sia Van der Weyden sia Piero della Francesca. Questa ipotesi è confermata da una "Maria Maddalena" affrescata da Michele Coltellini nella chiesa di Sant’Antonio in Polesine, che si rivela per molti aspetti (il disegno delle mani, lo scollo, i tratti del volto) una intenzionale citazione della nostra tavola. Non solo essa si trovava a Ferrara, quindi, ma era un modello prestigioso e ammirato, oggetto di imitazione ancora all’inizio del Cinquecento. Il problema dell’attribuzione è più difficile da risolvere, per la perdita di gran parte della produzione pittorica ferrarese di metà Quattrocento. Tuttavia alcuni indizi concorrono a suggerire il nome di Angelo del Maccagnino (1410 circa-1456), un artista di origine toscana – senese, per la precisione – che fu attivo a Ferrara almeno dal 1444, pittore di corte prima di Leonello e poi di Borso d’Este. Di lui non si conosce nulla, se non che godette di grande prestigio e che fu incaricato di sovrintendere alla decorazione dello studiolo di Belfiore, per il quale dipinse le immagini di due Muse, Clio e Melpomene. Le fonti letterarie contemporanee, in particolare Ciriaco d’Ancona, lo ricordano come eccellente imitatore di Van der Weyden e ne lodano l’abilità nel dipingere i fiori. (...) L’umanista ferrarese Ludovico Carbone menziona inoltre l’eccellenza di Maccagnino nella pittura ad olio, una tecnica importata dalle Fiandre che egli fu probabilmente il primo a sperimentare a Ferrara. Le analisi stratigrafiche condotte in occasione del restauro hanno rivelato che la tavola veronese è stata realizzata con una tecnica mista, alternando i tradizionali leganti a tempera (per l’azzurrite del cielo) con colori oleo-resinosi, su una preparazione costituita da uno strato di carbonato di calcio, colla e olio seccativo, molto rara nella pittura italiana e comune invece nelle botteghe tedesche e fiamminghe. Naturalmente questi ed altri argomenti che si possono addurre (per una trattazione più estesa si rimanda a Peretti 2001) non permettono ancora di sciogliere il dilemma. Piuttosto si dovrà segnalare come nel nostro dipinto siano contenuti in nuce alcuni dei futuri sviluppi della pittura ferrarese. Si pensi soprattutto a Ercole de’ Roberti, di cui esso prefigura buona parte della produzione giovanile, da Schifanoia alla pala Portuense. Il confronto con il "San Girolamo" del Getty Museum di Los Angeles può testimoniare quanto Ercole debba all’autore della "Maria Egiziaca". Un’influenza così estesa e duratura può essere intesa come un’implicita indicazione a favore di un artista che Guarino considerava, insieme a Gentile da Fabriano e a Pisanello, il più grande pittore del suo tempo" (da Peretti 2010, cat. 82; cfr. anche Mosso 2022)
  • TIPOLOGIA SCHEDA Opere/oggetti d'arte
  • CONDIZIONE GIURIDICA proprietà Ente pubblico territoriale
  • CODICE DI CATALOGO NAZIONALE 0500715152
  • NUMERO D'INVENTARIO 15
  • ENTE COMPETENTE PER LA TUTELA Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza
  • ENTE SCHEDATORE Comune di Verona
  • LICENZA METADATI CC-BY 4.0

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